Entro nel bagno della mia vecchia facoltà (Scienze della Formazione). Proprio quello vicino l’ingresso, praticamente dietro il box delle fotocopie. Delle tre porte di legno scelgo la prima a sinistra. Entro, accosto la porta, e mentre m accingo a chiudere a chiave la mia attenzione viene rapita da una scritta sulla porta. E’ una grafia elegante, ordinata, ed il contenuto, già a colpo d’occhio, sembra esulare dalle tipiche “porcate da cesso” o dalle patetiche e ridicole frasette d’amore. Poi vedo sparsi intorno, in maniera caotica, con diverse grafie e colori di penna, delle sorte di aggiunte, di richiami, di continui. Mi incuriosisco e li leggo tutti. Seguo questa vicenda “attratto” da come una porta di legno possa, in questo modo strambo, raccontare in breve così tante storie. Dopo aver finito la lettura faccio quello che in effetti “ero venuto a fare”. Poi torno in aula studio e rimuginando penso: “…e perché no?”. E così decido di ricopiare il tutto in un foglio di carta per poi trascriverlo proprio qui. Infine lascio in cima alla porta una scritta mia, dove informo che ho trascritto tutto su internet e dove invito ‘gli scrittori’ a farsi vivi per magari raccontare altre parti delle loro storie abbozzate. E magari la protagonista ad aggiornarci. Chiaramente è una stupidata, ma è uno sfizio che mi sono voluto passare per dare un po’ di vita alle storie di quella porta, che a differenza di molte cose che albergano sul web, esiste davvero! E anzi trovarla è facilissimo. Un saluto, oltre che alla fantomatica porta, alla “protagonista” di questo bizzarro racconto che si è autofirmata ‘Eagle’. A tutti gli altri ‘Buona (e breve) lettura’!
Protagonista: Eagle. “Cari colleghi mi trovo in una situazione un po’ difficile: credo di essermi innamorata del mio migliore amico! Penso che lui l’abbia capito e da allora è freddo e scostante; mi evita e questo mi fa soffrire. Se leggete e volete lasciarmi qui il vostro consiglio su cosa fare, ve ne sarei grata! Grazie mille” V. Eagle
Commento #1 “Carissima, io l’ho sposato undici anni fa il mio migliore amico… insisti! Matrimonio riuscitissimo…”
Commento #2 “Portalo a letto così capirai se fa per te. Se il sesso non funziona non c’è niente da fare!”
Commento #3 “La situazione è chiara e reciproca se si fa avanti. Se si allontana la cosa reciproca non è. Guardati intorno. Tanti auguri.”
Commento #4 “Io ho rotto la mia amicizia per un bacio… e sono triste.”
Commento #5: Pink. “Beh… io credo che ormai il danno è fatto… quindi chi non risica non rosica!” Pink
Commento #6 “Se si è allontanato non è l’uomo per te… da te voleva solo amicizia.”
Commento #7 “Segui il tuo cuore. Non te ne pentirai in nessun caso.”
Commento #8 “LASCIA PERDERE! A me ha rovinato tre anni della mia vita!!! Dimenticalo!!!”
Commento #9 “Allontanati da lui. Forse così gli mancherai e lui stesso capirà magari che vuole stare con te.”
Protagonista: Eagle. “Cari colleghi vi ringrazio per i vostri consigli, la situazione si è risolta: stiamo insieme da un mese circa e siamo felici e innamorati. Se si allontanava era solo perché anche lui aveva bisogno di capire i suoi sentimenti. Siamo felici e convinti che sia una storia importante. Grazie.”
Mi stendo comodamente sul prato. Mi sforzo di ignorare il brusio assordante che viene dal campo di basket, dall’altro lato dell’area. Il cielo è limpido e il sole raggiante colora di luce ogni spigolo del mondo che con la vista riesco a raggiungere. Al di sopra della rete metallica il cielo intero sembra magico e inafferrabile. Un immagine pura che mi fa sentire pulito. Come una doccia dopo aver rovistato per ore nella merda.
Mentre lascio vagare nell’azzurro la mia mente ripenso alle parole che ho pronunciato ieri pomeriggio. Alla mia confessione. Al colloquio. In fondo sono convinto di aver fatto bene.
“E così è convinto signor Farrel? Vuole…stilare una biografia dopo la sentenza?”
“E’ così signor Gleeson. Voglio che lei scriva la mia storia. Dall’inizio alla fine”, risposi risoluto.
“Ma non vuole ancora rivelarmi il perché?”, incalzò insistente il giornalista da me scelto.
“Lei è una persona intelligente mister Gleeson, e se ha letto bene il mio fascicolo sa bene che ho le idee chiara su quello che voglio. E su come voglio gestire la situazione con lei. Allora, mi sta ad ascoltare?” risposi con chiarezza e serenità palesando la conclusione dei quesiti in merito ai miei propositi.
“Prego. Sono tutto orecchie.”
“Bene. Cominciamo con Zuzana Volak, il file #02.”
“Scusi… cominciamo col numero due?”, mi interruppe lui con sguardo interdetto. “Non c’è un numero uno?”, domandò con cadenza sardonica.
“C’è, signor Gleeson. Ma la mia storia inizia col numero due. Il numero uno, il primo infatti, è stato il mio svezzamento, e per questo è totalmente diverso dagli altri. Non si preoccupi, gli racconterò anche di questo. Più avanti però. Molto più avanti. Adesso, cortesemente, non mi interrompa più.
Zuzana fu la mia prima vittima scelta. Per raccontarle la sua storia devo tornare molto indietro nel tempo. Molto. Lei mi segua per mano e si inoltri nei miei ricordi.”
Bratislava, Slovacchia. Marzo 1995.
Il freddo dell’inverno slovacco sta stancamente lasciando posto ad un incerta primavera piacevolmente in anticipo. Questa è l’atmosfera che leggo sui visi degli abitanti della capitale. Le strade della città sono affollate, almeno così mi sembra mentre attraverso via Dunajskà.
Cammino a piedi. Mi voglio godere la città dopo una settimana passata qui a “studiare”. Dopo otto giorni oggi è il giorno della missione. Con il completo gessato e i gemelli in oro mi reco verso il locale “Godness”, il privè a luci rosse più d’elité della città. Il mio obiettivo si chiama Zuzan Maja Volak, in arte detta Susan. Ha 26 anni, è diplomata e lavora come spogliarellista da dieci anni. Di lei conosco la famiglia, le abitudini, il patrimonio, le amicizie, il carattere e gli interessi. Eppure non l’ho mai vista né lei a visto me.
Prendo il posto più in vista all’interno del locale. Proprio sotto il palco con in palo da lapdance. Mi metto comodo, ordino un Wiskey liscio e aspetto. Alle 11 p.m. in punto lo stacchetto parte e Susan entra in scena. E’ bellissima. Ha i capelli biondo platino con riflessi ramati. Gli occhi Castani e lunghe sopracciglia. Ha un fisico scultoreo: né un filo di grasso né un lembo di corpo meno sodo. La pelle è linda come porcellana, il sedere sodo e il seno proporzionato. C’è una ragione se passa due ore al giorno in palestra.
Tiene il palcoscenico proprio come una che fa questo mestiere da tutta la vita, celando, qualora ancora ne provi, ogni barlume di timidezza. Il balletto non è nulla di speciale. Non che non sia brava, ma semplicemente non è sconvolgente. Probabilmente perché è troppo perfetta esteticamente. In effetti ho letto da qualche parte che i difetti, rendendo più umane le ragazze, contribuiscono a renderle in qualche modo più sessualmente stimolanti.
Vestito da uomo facoltoso non può non avvicinarsi per cercare la mancia. Prevedibile. Infilo la mano destra nella tasca sinistra, recuperando la banconota che avevo preparato in precedenza. La infilo nel suo perizoma, unico filo di stoffa rimastole addosso. Il suo profumo, l’odore della sua pelle sudata, i nei intorno all’aureola del seno, il suo ventre piatto… tutto mi manda in fibrillazione. Mi contengo, ma il suo sguardo da professionista, seducente e provocante, sembra aver scoperto ogni pensiero nascosto dentro me. Sembra.
Quando si allontana, e l’illuminazione si sposta con lei, butto una rapida occhiata in alto a sinistra. Oltre la vetrata del patron del locale. Intravedo un ombra. E’ impossibile da riconoscere ma a me non serve individuarlo, so già chi sia. E’ Jaroslav Karcinski, il proprietario del locale nonché boss della seconda cosca più potente della Slovacchia. Susan è la sua amante. Il mio lavoro non sarà certo facile.
Non appena finisce lo spettacolo vado via. Non voglio darle la possibilità di ribattere al messaggio che le ho lasciato attaccato alla banconota. Deve rimuginare. Avrà un'altra occasione per discuterne.
Fuori dal locale chiamo un taxi e mi faccio accompagnare in albergo. Mi godo in silenzio le luci notturne della capitale slovacca. Infine vado a letto.
Il giorno dopo vado già dopo pranzo alla palestra “Fitness Royale”. E’ piuttosto presto, ma mi è utile per ambientarsi. Smercio qualche banconota qua e là per spacciare che sono iscritto in questa palestra da più tempo del vero. Faccio blande conoscenze con istruttori e alcune persone nella sala cardio. Poi mi metto a bordo della piscina e aspetto che siano le 4 p.m. So che arriverà puntuale.
In accappatoio azzurro e col trucco meno marcato è persino più bella di ieri. Sicuramente la natura ce l’ha messa tutta per renderla divina. E’ davvero bella come il sole.
“Bellissime le parole. Sono di Grendel, ma è solo un caso che lo conosca. Non leggo molto. Anzi per niente. Tu chi sei? E cosa vuoi?”. Mi parla in inglese. Un inglese semplice. Chiaramente ha capito al volo che non sono slovacco. D’altronde il messaggio l’ho scritto in inglese. Ha l’aria diffidente. Una lieve luce di curiosità negli occhi la tradisce. Deve aver elucubrato tutta la notte su come ero fatto.
“Mi chiamo Julian. Julian Greenaway. Sono americano. Sono a Bratislava per affari da qualche settimana. Ti ho vista più volte in palestra…”
“Ho capito. Non mi interessano i tuoi soldi.” conclude infastidita.
“Neppure a me. Mi interessi tu.”, ribatto con una fascinosa faccia di bronzo.
“Almeno sei diretto. Senti ascolta: sei un bel ragazzo, sembri pure sincero e il biglietto è stato davvero carino. Io però sono impegnata, appartengo a qualcun altro. Ok? Non averla a male.”, nuovamente cerca la conclusione della discussione, ma io avevo un obiettivo, e nessun intento di non raggiungerlo.
Sorrisi. “Hai troppa premura, Zuzana. Vorrei solo che ti sedessi e che scambiassi due parole con me. Non chiedo altro. Parliamo di Grendel e di Mozart. Magari delle nostre vite e di cosa ci piace fare. Dammi l’opportunità di dare voce e pensieri alla tua persona. ‘Poi se vuoi torna pure alla tua vita portandoti solo il mio odore con te’… se lo vorrai”.
“Di nuovo Grendel. Ci sai fare tu con le parole: cosa sei, un assicuratore?”, disse con un sorriso divertito.
“Non ho voglia di dirti che lavoro faccio rischiando di farti credere che me ne voglio vantare. So già che hai capito che faccio un lavoro molto remunerativo. Allora Zuzana, ti siedi?”.
Si sedette.
Quel giorno scoprì che era una persona solare. Che aveva sogni e pensieri che non avrei mai immaginato in una spogliarellista slovacca. Sognava di girare il mondo e vedere i pinguini. Di fare paracadutismo e di vedere almeno una volta la statua della libertà. Sognava una sua famiglia con i suoi figli e le sue figlie all’università. Era proprio una bellissima persona. Per certi versi persino più bella dentro che fuori. Si innamorò di me perché seppi sforzarmi di vederla dentro molto più di chiunque altro avesse mai fatto. Si perdette di me perché aveva bisogno di evadere dalla relazione totalmente obbligata che aveva con il boss. S’innamorò di me perché, semplicemente, io ero tutto quello che sapevo desiderasse.
A fine marzo, finalmente, evadendo tutti i controllo del suo patron, riuscimmo a vederci a casa sua. Nessuno sapeva di me e, per proteggere se stessa, aveva fatto sì che io fossi solo un ombra lontana nella sua vita. Persino in palestra, dopo pochi giorni, iniziammo a far finta di non considerarci.
Quella sera era ancora più bella del primo giorno che la conobbi. In barba al finto erotismo del locale il suo desiderio di me colorava nei suoi occhi una sensualità spaventosa, rendendo ogni suo sguardo una languida provocazione di fame e piacere. Mi sciolsi nel suo bacio come lei si sciolse nel mio abbraccio.
Facemmo l’amore al ritmo forsennato di un ansimare violento e cadenzato. Delle volte era più sesso che ‘amore’, più piacere che sentimento. Più che giusto per essere la prima volta dopo tre agognate settimane. Quella volta però aveva il sapore di qualcosa di spasimato e voluto, ed aveva il gusto prelibato dell’inizio di un qualcosa di importante. Di complicatissimo, ma di succulento.
Facemmo sesso tutta la notte, spargendo i nostri abiti per tutta la casa e rendendo il letto e le lenzuola un tutt’uno con la sua stanza. Le feci qualche foto con una autoscatto. Le dissi che le avrei tenute per me. Le chiesi di mettersi il suo rossetto e di stamparmi le sue labbra sulle foto. Le chiesi anche una dedica in quella in cui era venuto meglio. Feci l’amore di nuovo con lei. Era troppo bella. Troppo provocante. Ed il mio corpo la desiderava come la sua anima desiderava un uomo che come me la salvasse dalla schiavitù della sua bellezza.
Le misi la rosa blu che le avevo comprato nel vaso della sua stanza. Le dissi che mi stavo innamorando di lei. Che l’avrei portata dovunque avesse voluto. Le dissi che l’avrei resa felice, completa. E poi la presi.
La baciai profondamente e lei infilai con la lingua una pillola mortale in gola. Tremai densamente, per me era ancora la ‘prima’ volta. Mi guardò stupita. Non poteva immaginarsi che l’avevo ingannata. Che il mio amore era una menzogna. Che stavo infrangendo la sua vita. Che non avrebbe mai visto la statua della libertà né New York. Che non avrebbe mai girato il mondo e che non avrebbe mai avuto alcun figlio. Stavo distruggendo tutti i suoi sogni e la sua vita. Si spense in silenzio con uno sguardo dolorante e sconvolto. Continuò ad essere bellissima anche con gli occhi arrossati e umidi.
La liberai dal mio abbraccio. La poggiai comodamente sul letto. Le socchiusi gli occhi e come un amante rassegnato le diedi un bacio d’addio. Diedi addio al mio amore per lei mentre il suo sonno senza respiro diede l’addio per lei. Accesi la luce, presi la mia valigia e iniziai a pulire tutta la casa dalle mie impronte e da ogni indizio, così come mi avevano insegnato. Infine lasciai le foto sul letto, in modo che il suo “uomo” potesse vederle. Lasciai la rosa nella sua stanza, in attesa che fosse divenuta appassita così come l’amore di Julian e Zuzana non sarebbe mai divenuto. Tutto sommato avevo fatto un buon lavoro. Il mio capo fu davvero contento e orgoglioso del mio operato. Mi consegnò anche per iscritto i complimenti del committente del mio capo.
Uccisi Zuzana 24 giorni dopo averla conosciuta, nel Marzo del 1995. Non versai che qualche lacrima per lei.
“Non mi recai mai più a Bratislava, signor Gleeson, e sa perché? Ho ancora paura di essere riconosciuto. Anche dopo tutti questi anni e tutte le operazioni chirurgiche. Seppi poi che scoppiò una vera e propria guerra tra clan quell’anno. Quella questione divenne la goccia che fece tracimare un vaso già troppo traboccante. Come vede il ruolo che giocò la mia pedina fu acremente cruciale, ennesima palese dimostrazione che i cataclismi sono sempre scatenati da semplici e impensabili eventi. Abbiamo finito per oggi signor Gleeson.”
“Finito? Ma come… non continua? E gli altri file? Quanti sono in totale?” domandò lui perplesso.
“Signor Gleeson, non ha imparato nulla dalla storia di Susan? Deve avere pazienza. Le racconterò tutto, ma solo un file a settimana, così le do tutto il tempo per elaborare al meglio un capitolo su ognuna delle mie… “pazienti”. Mi piace chiamarle così di tanto in tanto. Bene, signor Gleeson… alla settimana prossima.”
Lasciai la stanza e mi diressi lontano attraverso il lungo e spoglio corridoio.
E’ proprio piacevole perdersi in questo cielo cristallino. Il cielo di Dallas, oggi poi è davvero meraviglioso. Racconta una serenità che è sembrata solo utopia durante tutto il piovoso e tormentato inverno. Questo celeste immacolato è come un tergicristallo che spazza via mesi di tormentata frastornazione. Pulisce il lordume accumulatosi. Schiarisce la sporcizia superficiale ma in realtà lascia intatto lo sfondo sporco e sordido. In verità mi sembra solo di ingannarmi. Fingo di sentirmi pulito e lindo quando invece l’anima è pece e catrame. E la mia, probabilmente, è persino peggio.
Entro nella tua stanza amor mio, i passi felpati per non disturbare questo magico silenzio.
E' così alta la luna e così disteso il mondo che posso udire i sogni della città respirare.
E' una luna delicata quella che colora la tua spalla e la tua coscia quel tanto che basta per non abbandonarmi all'oblio del buio pieno.
Non vedo il tuo viso così come tu non vedi il mio, ma ti conosco da una vita e tu conosci me. Ogni tratto di me.
Mi stendo al tuo fianco mentre il lenzuolo drappeggia la perfezione del tuo corpo. Ogni tua curva è mia così come ogni pezzo di me t'appartiene.
Perché io sono ormai tuo come tu sei mia, Psiche, amor mio.
Sdraiato al tuo fianco mi insinuo nei tuoi sogni, scivolo delicato come brezza marina; così la mia mano scosta i veli delle lenzuola dal tuo fianco.
Ti svegli lentamente senza smettere di sognare e mi incontri lì dove ti incontro io. Al confine tra sogno e realtà, senza poterne discernere il confine.
Posso respirare il tuo odore, profumo per le mie narici.
Posso avvertire il tuo respiro, scandisce l'infinito e da il tempo alla notte.
So che vorresti vedere il mio volto come io vorrei vedere il tuo, lo avverto mentre col dorso delle dita sfiori le mie gote. Almeno una volta vorresti, così come anche io lo vorrei. Ma io sono l'amante dei tuoi sogni e tu la mia. Non avrò e non avrai volto finché non ci incontreremo nella realtà, lì dove ci riconosceremo al primo sguardo.
Tu sei l'amore che cerco, che bramo e che sogno ogni magica notte della mia vita. Il completamento della mia anima incompleta.
Non ci è dato svelare i nostri volti ed il giorno che lo faremo smetteremo di incontrarci nei sogni. Così è scritto.
Oh amor mio mi mancherà la pace dei sensi, il suono del tuo piacere. Le tue dita che afferrano le mie spalle, il tuo sospirare ad un soffio dalle mie orecchie. Le mie mani che vestono il tuo corpo svestito, i tuoi capelli che ondeggiano su me. La tua pelle morbida sulla mia, dura e scolpita. Le tue labbra su me, le mie braccia intorno la tua vita. Vortichiamo nel nostro amore, un passo prima della lussuria un passo oltre i sentimenti.
Si tutto questo mi mancherà, ma sarà solo sabbia nel vento quanto ci troveremo। E daremo vita ai nostri sogni notturni.
Ecco giungere frettolosa l'alba. Un plumbea luminescenza s'infiltra nella nostra quiete, una serpe di luce che ai piedi del nostro talamo mi comanda di fuggire. Come un'amante alle soglie del giorno, così io fuggo, prima che la luce distrugga il mistero, e spezzi la nostra promessa.
Ma mi volto solo un attimo ancora, sfioro i tuoi capelli, lì scosto di poco dalla tua tempia, in modo che possa baciare lì la tua pelle. Tu sfiori il mio addome con candida sensualità. Abbandonarti è atroce anche stanotte, ma devo.
Fa' sogni d'oro Psiche, amor mio. Sono Io il tuo Amore, ed un giorno mi troverai.
Note
Questa è la mia rivisitazione personale della storia di Apuleio su Eros e Psiche. Mi piace immaginare che gli incontri siano più onirici che reali. Mi piace vederli come la metafora dell'amore perfetto, che esiste solo nei sogni, ma che così non ha mai volto. Mi piace interpretare dal greco che Eros sia l'Amore di lei e Psiche l'Anima di lui. Mi piace temere che si smetterà di sognarsi quando ci si incontrerà, e si darà un volto all'amato da sempre immaginato. Mi piace sognare che non si avrà più bisogno di sognare e che la realtà sarà proprio quel sogno.
Sentiamo infinite volte la parola "psico" infilata in termini costruiti come psicoterapeuta, psichiatra, psicanalista, consulente psicologico, psicologo. Spesso viene abbinata propriamente e i termini che la includono descrivono efficacemente l'attività specifica del dato dottore; altre volte però, vuoi per la specificità delle sue finalità, vuoi per la complessità in se dell'argomento, questi termini vengono usati e abusati per usi fortemente impropri. Il più delle volte imbastarditi nel significato e travisati nell'efficacia. Il risultato ultimo è tradurre troppo spesso l'attività di qualunque studioso di Psicologia in uno "strizzacervelli" e il suo paziente in un "poveraccio con qualche problema". Cerchiamo di dare un nome alle cose e una forma a queste. Cerchiamo di "Ragionare".
La Psicologia ha una storia antica e contorta, un evoluzione preoccupantemente esponenziale e, per questo, molto difficile da sintetizzare. Cerchiamo di osservarla non dall'origine ma dal suo tratto conclusivo, con occhi contemporanei.
Oggi la psicologia può essere suddivisa in tre macro-aree che, largamente, ne contengono la quasi totalità delle sue applicazioni. Queste sono: la Psicologia Teorica, la Psicologia Applicata e la Neuroscienza.
La Psicologia Teorica (o Pura) studia l'attività psichica e il comportamento dell'adulto umano sano. Sono comprese in questa macro-area: la Psicologia animale, la Psicologia dello sviluppo, la Psicologia dinamica, la Psicologia generale, la Psicologia sociale, la Psicofisica, la Psicofisiologia, la Psicolinguistica e la Psicopatologia.
La Psicologia Applicata (o Pratica) studia la risoluzione di problemi "pratici" attraverso l'applicazione e la correzione di mirati meccanismi psicologici. Sono comprese in questa macro-area: la Criminologia, la Psicologia ambientale, la Psicologia carceraria, la Psicologia clinica, la Psicologia commerciale, la Psicologia culturale, la Psicologia del lavoro, la Psicologia dell'arte, la Psicologia dell'educazione, la Psicologia dell'emergenza, la Psicologia dell'invecchiamento, la Psicologia della comunicazione, la Psicologia delle differenze individuali, la Psicologia delle masse, la Psicologia della pubblicità, la Psicologia dello sport, la Psicologia di comunità, la Psicologia etnica, la Psicologia forense, la Psicologia industriale, la Psicologia medica, la Psicologia militare, la Psicologia politica, la Psicologia scolastica, la Psicopedagogia, la Psicoprofilassi, la Psicoterapia, la Psicosociologia, la Psicosomatica e la Sessuologia.
La Neuroscienza è la macro-area che raggruppa tutte le discipline che studiano da un punto di vista biochimico e medico la fisiologia del Sistema Nervoso. Sono comprese in questa macro-area: l'Afasiologia, la Neuroanatomia, la Neurochimica, la Neuroendocrinologia, la Neurofarmacologia, la Neurofisiologia, la Neuroingegneria, la Neurolinguistica, la Neurologia, la Neuropatologia, la Neuropsicologia, la Neuroprogrammazione, la Neuropsicologia clinica, la Psicobiologia, la Psicofisica, la Psicofarmacologia, la Psicologia fisiologica, la Psicoterapia e le Neuroscienze computazionali.
In buona sostanza la prima macro-area si contraddistingue per la sua propensione all'epistemologia e alla conoscenza; la seconda per il suo interesse prettamente pratico e applicativo nella società; la terza è di natura medica e ospita nel suo seno i dottori in medicina con specializzazioni in Neurologia o Psichiatria.
Quindi è lo Psichiatra il famoso "curatore di poveracci con disturbi mentali", ossia un laureato in medicina con specializzazione in Psichiatria. Lo Psichiatra, in quanto medico, prescrive farmaci. Lo Psicologo è invece un laureato in Psicologia (quindi conoscitore della prima e/o della seconda macroarea) iscritto all'ordine degli Psicologi. Lo "strizzacervelli" è invece più propriamente lo psicoterapeuta, plausibilmente il massimo gradino dell'ambito. Lo psicoterapeuta è un laureato in Psicologia o in Medicina, iscritto nel relativo ordine, che ha conseguentemente ottenuto una specializzazione in Psicoterapia di almeno 4 anni. Lo Psicanalista, infine, è uno psicoterapeuta che si ispira alla teoria della Psicanalisi di Freud e dei suoi successori.
Il principale compito della cultura, la sua vera ragione d'essere, è di difenderci contro la natura."
La storia mi assilla con prepotenza sul peso della religione. Dubbi e paure esoterici e ancestrali ci spintonano verso azioni che certe volte, con un altro sguardo, appaiono semplicemente impensabili. Semplicemente assurde. Allora come agire e come comportarsi divengono domande inconsce, implicite, insite direttamente nel nostro subconscio. A cosa credere? Io personalmente, oggi come oggi, lascio stare un po' di pregiudizio, di superstizione, di esoterismo. Di fanatismo, di convinzione, di debolezza e di necessità. Queste cose le rispetto, le accetto, ma le lascio lì, in un cassetto che non apro mai perché sinceramente è come se non appartenga nemmeno alla mia scrivania. Ma il mio non è scetticismo, ma piuttosto puro agnosticismo. Un modo un po' più profondo per dire che questo velo mistico non lo percepisco ma non per questo ne voglio negare l'esistenza. Un modo un po' più rispettoso per dire che, semplicemente, il mondo della fede non appartiene alla mia vita.
Quello che appartiene alla mia vita è la ragione. Io personalmente credo nell'Intelligenza. Ne sono innamorato. Io credo nel valore puro della razionalità, della speculazione mentale, della elucubrazione. Nel puro dono della sagacia, della genialità, della fertilità mentale. Della follia creativa, della estrosità, dell'eccentricità. Nutro un stima ed un'attrazione magnetica per le persone che sono semplicemente intelligenti. Per coloro i quali hanno quello sguardo profondo, quella luce brillante negli occhi, quello smalto che da spessore alla loro personalità. Quelle persone con una marcia in più, che hanno il dono di essere speciali, rappresentano per me quella fetta del mondo che vorrei fosse una maggioranza e non un rara e preziosa minoranza. Ricercarle e viverle è per me una necessità. Trovarle una grande soddisfazione. Conosco persone che perseguono il fine del potere. Altri che inseguono solo la ricerca del piacere. Altri che non perseguono nulla, se non il completare i loro istinti. Io perseguo la crescita. Culturale, psicologica, emotiva, sociologica, relazionale. Ed è nelle persone preziose che la ricerco, perché sono loro il piccolo regno dove vorrei abitare per rendere degna la mia vita. Perché una vita di mediocrità di terrorizza. E mi scuote le viscere.
Non voglio accontentarmi. Non ci sto e basta. Non voglio sguazzare nello zoo. Voglio crescere in mezzo a individui della mia specie, con due Sapiens nell'appellativo. E non è una questione di presunzione o razzismo, questa è una questione di scelte. C'è chi legge il mondo da Novella Duemila. Io no. C'è chi guarda il mondo con Maria de Filippi come migliore amica. Io no. C'è chi ha della sua vita una visione statica e semplice. Io no. C'è chi non agisce, ma semplicemente reagisce. C'è chi non comprende e si arrende. Chi ha disabituato all'allenamento il muscolo celebrale. Chi non desidera nutrire la sua mente. Io no. Io no. Io no! C'è semplicemente chi osserva il mondo dietro occhiali spessi come fondi di bottiglia. Io no. Io voglio vedere i dettagli limpidi, voglio percepire le sfumature delle cose, interrogarmi sul perché delle cose, e darmi delle risposte. Perché credo nel concetto di causa ed effetto. Se qualcosa è avvenuto qualcos'altro l'ha scatenata. Perché credo che le emozioni non possono essere controllate ma le azioni sì. Perché credo nel perché delle cose. Perché c'è sempre un motivo, ci deve essere una risposta un passo oltre il muro della mia ignoranza. Perché credo del potere della conoscenza. Perché sapere vuol dire potere. E potere vuol dire essere. Perché se SO come fare allora POSSO trasformare il POTREI riuscire in POSSO riuscirci. E se posso fare quella cosa allora SONO in grado di compierla. E se sono in grado, allora sono capace. Perché credo nel Cogito, ergo sum, sive existo. Perché è nel pensiero il nucleo del mio esistere. Perché credo nel prezioso valore del linguaggio, della comunicazione, della relazione. Perché credo nel valore assoluto della volontà, nella sua capacità di imporsi su tutti e tutto. Di divenire infrangibile ed incrollabile. Perché voglio viverMI fino in fondo quando la mia volontà sarà stravolta dall'unica emozione che può stravolgerla. Perché credo nel travolgente potere dell'amore, nella sua capacità di riassestare tutto e ridargli un volto, una forma ed un colore nuovi e migliori. Il mio tributo all'emozione sovrana.
Nella stima si fonda la base del mio concetto di relazione. Non approfondirò mai un rapporto con qualcuno se non sento di stimarlo. Di apprezzarlo per qualcosa. Non sono ariano o razzista. Sono solo un Pentium I che non ne vuole sapere di parlare in codice binario con i 286 per il resto dei suoi giorni, ma che invece vuole i Pentium IV, ed imparare a diventare Pentium IV a sua volta. Poi V. E poi VI. Fino ai limiti, verso quel luogo magnifico pregno di persone con una marcia in più. Circondato dai migliori per sforzarmi di essere ogni nuovo giorno alla loro altezza. Per imparare ad essere come loro. Ed insieme superarsi, crescere, migliorare. E dimostrare a tutti che se dall'Austrolopiteco siamo arrivati al 2008 è perché dobbiamo ricercare i nostri limiti. Individuarli. E superarli. E che non sarà facile, ma anzi faticoso e lento. Sarà un duro tragitto su di una nave ineffabile. Ma che è il nostro tragitto. O meglio il cammino di chi lo vuole percorre. Ebbene io lo vuole.
Amare è un verbo che ho sentito un milione di volte nella mia vita. E nonostante tutto ho dovuto aspettare i vent’anni per capire bene che cosa fosse. Di che cosa si trattasse.
E l’ho dovuto imparare sulla mia pelle, come facciamo tutti. E ho dovuto sbagliare per capire; sperare per arrendermi; perdere per vincere. Insistere per continuare a credere. Metterci tutto me stesso per alimentare; lasciarmi semplicemente andare per capire che tutto andava bene. Semplicemente bene.
Ed è così che voglio amare nella mia vita. O almeno è così che mi piacerebbe fare.
Perché voglio godermi il tuo viso rilassato e i tuoi occhi chiusi mentre dormi ad un passo dal mio petto. Voglio sentire il tuo respiro che pian piano scandisce i minuti proprio mentre l’alba entra incerta nella nostra stanza.
Voglio tirare la coperta e chiudere il freddo di un duro inverno al di fuori, e sapere che sotto quella coperta saremo solo io e tu. E il nostro desiderio. E la nostra passione. E la nostra complicità. E tutto il mondo resta fuori perché sotto quella coperta siamo Noi e solo Noi, impermeabili a tutto e a tutti.
Perché voglio renderti felice in ogni forma dell’umana conoscenza. Voglio sorridere del tuo viso che sorride anche se sono in silenzio. Voglio abbracciarti e rapirti dai tuoi pensieri solo per farti capire che questo momento adesso è nostro; che tu ed io siamo qualcosa di bello. Qualcosa che riempie i miei giorni e le mie notti con una sostanza eterea che non riesco ad afferrare.
Ed ogni volta che ti guardo voglio ricordarmi perché mi sono innamorato di te. Perché nei lineamenti del tuo viso è contenuta quella magia che sei tu. Perché ti trovo meravigliosa aldilà del razionale. Perché anche se oggi ti senti un cesso per me sei fantastica. Perché non me ne frega niente se il trucco t’è venuto male, tanto lo sappiamo tutti e due che ti ho visto mille volte struccata e malandata e trascurata o ammalata o semplicemente a pezzi. E lo sappiamo tutti e due che mi sei sempre piaciuta lo stesso.
Perché per me sei aldilà della ratio. Perché per me non sei “Una” ma sei “La”. Perché potrei averne molte altre ma io voglio te; e tu pure potresti averne decine ma è me che vuoi. Perché per me sei straordinaria, e non ti ho scelta perché sei la migliore per qualcosa, perché lo sappiamo tutti e bene che non si può essere primi sempre. Ti ho scelta perché PER ME sei la migliore. Perché mi piaci per come sei e per come fai le cose. Perché i tuoi difetti non li sopporto, ma alla fine non sono così insopportabili. Perché i tuoi pregi sono degli eccessi, ma ti rendono speciale e stupenda. E non saresti quella che sei se non fosse per loro.
E desiderarti in ogni momento. Volerti così tanto da aver fame di te. Perché impazzisco nel vedere i tuo sguardo desideroso. Il suono del tuo piacere. Quella voglia smaniosa di lasciarti andare, di godere senza inibizioni e di volerlo fare con ME. Così come io lo voglio fare con TE.
Perché mi piace guardarti mentre sei in mezzo agli altri, e chiacchierando posso osservare che sei grande, che li fai divertire, che li stupisci, che hai una marcia in più, che ti desiderano, che sei una persona che vale proprio la pena conoscere perché è davvero speciale.
Che sei mia. Come io sono tuo.
Perché ogni tanto mi piace pensare a cosa mi dirai non appena ci vedremo. A come mi guarderai non appena entrerai in macchina. A come ti toccherai i capelli mentre mi racconterai cosa hai fatto oggi. E che profumo stupido avrai messo su per coprire quel tuo odore meraviglioso, che poi mi ronza in testa anche ore ed ore dopo che abbiam fatto l’amore. E mi piace pensare come ti vestirai oggi che ti verrò a prendere, perché non capirò mai come fai ad aver sempre un qualcosa di nuovo.
E ho voglia di viaggiare con te, ascoltare quei suoni e assaggiare quei sapori che non esistono nella nostra terra. Fare una passeggiata su una spiaggia lontana dalla nostra isola, guardare animali esotici, far l’amore sul letto di un altro continente, darti un bacio sulla Torre Eiffel con Parigi al crepuscolo, farti un ritratto sul ponte vecchio a Firenze, cavalcare per le pampas argentine, o scoprire se l’Islanda è così fredda come dicono… o fare bungee jumping con te.
E accorgermi che tutto il mondo non basterà per noi.
Perché ti voglio rendere felice fino ai limiti della tua immaginazione. Perché mi aspetto da te altrettanto. Perché se io ti amerò a cento all’ora tu lo farai a cento dieci. Ed allora avrò voglia di rincorrerti, e rotolarmi poi con te in un prato in fiore… si spera non bagnato o dove non sono passati cani e padroni catanesi.
Perché ti voglio amare così, semplicemente, dissennatamente, totalmente, pienamente e perdutamente. Perché è così che meriti di essere amata per come tu ami me. Perché tu sei quello che mi merito per resistere giorno dopo giorno, per chiedere sempre di più a me stesso, anche quando ho solo voglia di arrendermi, di stendermi sul letto e imbrattare il cuscino di quelle lacrime che non mostrerei mai a nessuno.
Perché voglio baciare le tue lacrime e allungarti una mano quando sarai al tappeto. E voglio insegnarti le cose che non sai ed io imparare da te. Perché voglio conoscere e riscoprire il mondo e voglio farlo con una come te. No anzi, proprio con TE. Perché voglio sciare con te, ed imparare a ballare, e ubriacarmi e fumare, e andare sui pattini, e nuotare nella notte di ferragosto, e stappare lo spumante del nuovo anno. E vedere cosa mi regalerai quest’anno, e come me la caverò nel regalarti qualcosa al tuo compleanno. E voglio piacere alla tua famiglia. E vedere come cavalchi la tua vita e con me al tuo fianco come affronterai le difficoltà e raggiungerai i tuoi obbiettivi. E sentire che mi chiami in qualche modo stupido anche se mi sento ridicolo quando mi chiami così. E dirti che sei scema, mentre sono io lo scemo. E fare discorsi intelligenti, esplorando i significati più complessi, i collegamenti più interessanti, le nozioni più appetitose e coinvolgenti. E vedere film assurdi e commentare il libro che entrambi abbiamo letto o le serie TV viste assieme fino a tarda notte. E correre a Lungo Mare assieme a te, per vederti sempre più in forma.
E voglio rendere la tua vita piena di stimoli ed energia, di serenità e difficoltà. E fare in modo che chiederai sempre più a te stessa. Perché tu sei il Centodieci e lode della mia vita. Ed io sono il tuo. E voglio che saprai che sempre, finché il nostro Noi esisterà, sarò al tuo fianco. Io sarò al tuo fianco.
Perché è così che ti voglio amare, semplicemente, dissennatamente, totalmente, pienamente e perdutamente.
Dedicato al mio futuro, alle mie speranze, alle mie illusioni, ed alla forza di non smettere mai di credere. Dedicato a tutto quello che non è stato, a tutto ciò che poteva essere, ma soprattutto a tutto ciò che verrà. Dedicato alla donna della mia vita, ovunque essa sia.
Colpo dopo colpo vorrei vederti crollare. Vorrei vedere il colore livido del tuo dolore. Vorrei esplorare i confini della tua sofferenza e saggiarli e approfondirli e toccarli. Vorrei vedere i tuoi occhi rossi e gonfi, il confine delle tue lacrime. Colpo dopo colpo vorrei udire il suono delle tue grida di dolore, per farti conoscere il colore della mia rabbia. Per farti soffrire.
Pugno dopo pugno sui palmi delle tue mani, posti a difendere il tuo viso; e continuare fino a che non riuscirai più a tenere alti i gomiti. Pugno dopo pugno voglio vedere il tuo viso segnato dalla pena, i tuoi occhi irritati dall’insonnia, il dolore e la tristezza che avvolgono la tua schifosa vita.
Pugno dopo pugno voglio vederti sprofondare. Voglio vederti infelice, e sentirti misero di te stesso.
Voglio vederti stare male, e finire la voce a furia di urlare rabbia e dolore. Voglio sentire la tua voce rauca e spezzata dalla stanchezza. Dalla rabbia. Da quella rabbia che ti fa prendere a pugni il materasso e i cuscini. E le porte e i muri. E le persone, se sono così stupide da capire che non è il momento.
E goccia dopo goccia voglio vedere quanto puoi star male. Voglio vedere che muori dentro. Che ti senti vuoto e privo di orgoglio. Voglio vederti affondare. Voglio vederti stanco, di soffrire.
Di vivere.
E ginocchiata dopo ginocchiata voglio vederti spegnerti. Voglio vedere renderti conto che fai schifo. Voglio vedere il tuo volto tumefatto e rigonfio, cosicché quel tuo sorriso odioso smetta di potersi formare. Voglio vederti piangere, perché è in lacrime che ti voglio ricordare.
E colpo dopo colpo non resterai più in piedi. E voglio godermi la tua disfatta e la tua vergogna. Il buio di quel fottuto abisso dove ti meriti di sprofondare. E quando sarai a terra accovacciato avrai capito che tutto quello che dovevi fare era dispiacerti, dispiacerti e dispiacerti. E ripeterlo fino a ché, per te, non avesse almeno un minimo di senso nella tua testa. Fino a ché io non avessi almeno creduto minimamente che eri una persona decente. Ma oramai, quando sarai a terra, tutto quello che farò invece è prenderti a calci. E calcio dopo calcio vedrò la tua pancia viola, la tua schiena nera e la tua faccia rossa sporca di sangue. E quando ti vedrò allo stremo continuerò un po’ più forte, per farti capire che non finirà presto e forse non finirà neppure.
E pestone dopo pestone conoscerai il nome di tutto il dolore, la tristezza, la sofferenza, la pena, l’impotenza e la rabbia; e poi costruirai le basi del rancore, della furia cieca e violenta. E allora avrai capito quanto ti odio. E colpo dopo colpo avrai capito che cosa hai scatenato, che cosa ti sei meritato. E avrai capito quanto ti detesto. E saprai che ti odio come non ho mai imparato ad odiare, e che mi auguro di non detestare mai nessuno come detesto te. Così profondamente e così piacevolmente. Così intensamente che non voglio più farne a meno.
E colpo dopo colpo scoprirai che tutta questa merda me l’hai tirata fuori tu. E che ora te la vomito addosso. E che te la spalo addosso come un becchino. E palata dopo palata ti scavo questa cazzo di fossa. E palata dopo palata scopro che il ferro finisce il lavoro che le mie nocche arrossate e i miei anfibi sporchi di sangue non riescono a finire. Allora ti colpisco lontano da torso e testa, perché ho troppa voglia di continuare. Perché ho troppa voglia di pensare che mi guarderai negli occhi dal fondo della fossa, quando ti butterò la terra addosso.
E zolla dopo zolla vedrai la tua esistenza allo stremo. E fotogramma dopo fotogramma la tua vita finirà di scorrerti davanti come un film perché le ossa e le carni ti fanno troppo male e non hai nemmeno la forza per pensare. E zolla dopo zolla sarò soddisfatto, e scriverò sulla tua lapide “Ora puoi riposare in pace fottuto figlio di puttana!”.
E giorno dopo giorno mi pentirò di quello che ho fatto. Ma nonostante tutto mi ricorderò sempre di quanto ho goduto nel farlo. Istante dopo istante.
PS: la mia domanda, a chiunque abbia appena finito di leggere, è: secondo te, nella realtà, è possibile odiare fino a questo assurdo punto?
Emergo dal ventre materno già irritato. E’ il 30 di Gennaio del 1984 e in una giornata piovosa, dopo 14 femminucce consecutive spunta un Filippo Finocchiaro, accolto da alcuni parenti poco informati con una barbie avvolta in un nastro rosa. Ho la testa un po’ sgorbia ed un pessimo carattere, infantile direi. Ma dicono poi che entrambi si siano sistemati.
(...)
Versioni alternative della mia vita mi vogliono fondatore dell’antica Filippopoli, sovrano Francese con l’apocrifo di “Il Bello” e Forgiatore del 70% dei tombini catanesi. Ma non so cavalcare, non mi definirei bello e se non altro non sbrocco per i tombini! Mi accontento di essere quello con l'aria scansonata, una bibita gassata sempre in mano e molti sogni nel cassetto.